Che cos’è il diritto all’oblio, in parole semplici?
È il diritto a non restare legati per sempre a una notizia che non racconta più chi siete oggi. La Cassazione lo descrive come il diritto «a non rimanere esposti, senza limiti di tempo, ad una rappresentazione non più attuale della propria persona» (sentenza 9147/2020). Lo prevedono l’art. 17 del regolamento europeo sulla protezione dei dati (GDPR) e, a San Marino, la legge 171/2018. Nel 2014 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha chiarito che vale anche per i motori di ricerca. Non cancella il passato, perché si bilancia con il diritto di cronaca. In pratica diventa quasi sempre tre richieste: al giornale si chiede di aggiornare la notizia, ai motori di ricerca di non mostrarla più quando si cerca il nome, ai siti che l’hanno copiata di toglierla.
Il procedimento è stato archiviato, o c’è stata un’assoluzione: si può far togliere la notizia da Google?
Si può chiedere, e con buone basi. Dal 30 dicembre 2022 c’è una norma apposita, introdotta dalla riforma Cartabia: l’art. 64-ter delle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale. Vale per chi ha avuto un’archiviazione, una sentenza di non luogo a procedere o una sentenza di proscioglimento, che comprende l’assoluzione. In questi casi potete chiedere un’annotazione alla cancelleria, cioè all’ufficio del giudice che ha emesso il provvedimento. L’annotazione rende il provvedimento un titolo, cioè un documento su cui fondare una richiesta precisa ai motori di ricerca: non mostrare più i contenuti sul procedimento, articoli compresi, nelle ricerche fatte a partire dal vostro nome. Non è automatica: il motore di ricerca può ancora valutare il caso, come hanno chiarito il Garante e la Cassazione (ordinanza 34217/2025). In un caso del 2022 il Garante ha però considerato l’archiviazione una base valida per la deindicizzazione «a prescindere dal decorso del tempo», cioè senza guardare a quanto tempo era passato (provvedimento 227/2022). Insieme si chiede al giornale di aggiornare l’articolo con l’esito.
Si può far cancellare un articolo di giornale?
Di solito no, se la notizia era vera quando è stata pubblicata. Il giornale può tenerla nel suo archivio, perché la legge tutela la libertà di informazione e gli archivi di interesse pubblico (art. 17, par. 3, GDPR). Si possono però ottenere due cose importanti. La prima è una breve nota, in fondo all’articolo o a margine, che dica come è finito il procedimento: si ottiene con una richiesta documentata. La seconda è che l’articolo non si trovi più con i motori di ricerca, ma solo dentro l’archivio del giornale. Per la Cassazione sono proprio le condizioni perché l’articolo possa restare online (ordinanza 2893/2023). A volte la testata sceglie di togliere il nome o l’articolo. Succede, ma non è un diritto. Per le notizie false o diffamatorie il discorso cambia, e se ne occupa un avvocato.
Come si chiede a Google di togliere una notizia dalle ricerche sul proprio nome?
Con il modulo di Google per le richieste previste dalla legge europea sulla privacy. Per Bing c’è un modulo simile di Microsoft. Si indicano i link uno per uno, si spiega perché l’informazione non è più pertinente e si allegano i documenti, per esempio il provvedimento che ha chiuso il caso. Google esamina ogni richiesta e comunica l’esito per email, con una breve spiegazione se dice di no. Se la richiesta è accolta, il link non compare più cercando nome e cognome nelle versioni europee del motore. La pagina resta online e si trova ancora con altre parole. In Italia Google ha tolto il 45,6% dei link valutati, per questo conta prepararla bene.
Dopo quanti anni si può chiedere il diritto all’oblio, e quando non si applica?
La legge non fissa un numero di anni. Si guarda l’insieme: come è finito il procedimento, quanto tempo è passato dalla pubblicazione (Cassazione, sentenza 14488/2025), la gravità dei fatti, il ruolo pubblico della persona, se c’è ancora un interesse pubblico. In un caso di archiviazione il Garante ha ordinato la deindicizzazione «a prescindere dal decorso del tempo» (provvedimento 227/2022). In un altro caso, con articoli recentissimi e già aggiornati con l’esito, ha detto di no (provvedimento 430/2023). È invece difficile ottenerlo per le notizie recenti, per chi ha un ruolo pubblico o professionale legato al fatto, per i fatti gravi e quando l’articolo è già stato aggiornato con l’esito favorevole.
Quanto tempo ci vuole?
Dipende da chi deve rispondere, e nessuno può promettere tempi certi. Il giornale, Google, Bing e gli altri siti devono rispondere entro un mese dalla richiesta, e possono prorogare di altri due mesi spiegando perché (art. 12 GDPR). Se serve un reclamo al Garante, la legge gli dà nove mesi, dodici se servono approfondimenti, e il termine si sospende se il caso passa per un’altra autorità europea (per esempio quando chi tratta i dati ha la sede principale in un altro Paese dell’Unione): nei provvedimenti che abbiamo letto sono serviti da sette a dodici mesi. A San Marino l’Autorità Garante decide entro 90 giorni, prorogabili al massimo di due mesi. Per l’annotazione in cancelleria la legge non fissa un termine.
La notizia sparisce anche da ChatGPT e dagli altri assistenti AI?
Non da sola, e nessuno lo può garantire. Gli assistenti AI ripetono ciò che trovano. Se l’articolo resta online e collegato al nome, può tornare nelle risposte che citano il web. Per questo si lavora prima sulle fonti: giornale, motori di ricerca, copie. Poi, se un assistente riporta informazioni inesatte su una persona, se ne può chiedere la correzione o la rimozione a chi lo gestisce. Per ChatGPT la richiesta va a OpenAI, dal suo portale per la privacy. Per Gemini va a Google, dalla risposta stessa, con «Segnala un problema legale». OpenAI scrive che valuta le richieste «in base alla normativa vigente e alle capacità tecniche» dei suoi modelli. È una strada da percorrere, non una certezza.
Chiedere l’aggiornamento può riaccendere l’attenzione sulla vicenda?
Può succedere, ed è un rischio da prendere sul serio: in un caso esaminato dal Garante, la lite stessa aveva prodotto nuovi articoli e una rinnovata attenzione dei media (provvedimento 430/2023). Per questo scriviamo con toni professionali, senza minacce, e chiediamo prima di tutto l’aggiornamento con l’esito, che il codice deontologico dei giornalisti già prevede. L’ordine delle richieste si decide caso per caso, insieme a voi.
Vale anche per un imprenditore, un dirigente o un’azienda?
Per le persone sì: il diritto all’oblio lo esercita ciascuno per il proprio nome, anche chi guida un’azienda. Per chi ha un ruolo nella vita economica o pubblica, però, ottenerlo è più difficile. Se la notizia riguarda il ruolo che avete ancora oggi, o fatti recenti, i motori di ricerca e il Garante tendono a lasciarla. Conta molto l’esito: un’archiviazione o un’assoluzione pesano a vostro favore. Per il nome dell’azienda si chiede alla redazione, con i documenti, di completare la notizia con l’esito, e si può preparare una nota chiara da consegnare a banche, partner e clienti prima che la domanda arrivi.
A chi rivolgersi: serve un avvocato? E quanto costa?
Per le richieste al giornale, ai motori di ricerca e ai siti no: potete farle voi, o chi agisce per voi con una delega scritta, e per legge non si pagano (art. 12 GDPR). L’annotazione dell’art. 64-ter la chiede in cancelleria la persona interessata. Se avete ancora un avvocato che conosce il procedimento, è la persona giusta con cui prepararla. Il reclamo al Garante lo firmate voi o un avvocato con procura. Davanti al giudice serve sempre un avvocato. Noi non siamo uno studio legale, e per la parte legale lavoriamo con il vostro avvocato. Il nostro lavoro è il resto: trovare tutte le copie, scegliere lo strumento giusto per ciascun posto, scrivere richieste che reggono e seguirle fino alla risposta. Non c’è un listino pubblico, perché ogni caso è diverso. Il primo colloquio non impegna. Dopo la lettura del caso vi diciamo che cosa è realistico ottenere e, se ha senso procedere, arriva una proposta scritta con le richieste da fare, le fasi e il costo, prima di iniziare.